Belgio, le petit France

38 anni fa il Belgio si avvicinava al suo primo successo internazionale cadendo solo in finale contro la Germania. A distanza di 38 anni ritorna vicino al tetto del mondo stabilendo il suo record di sempre. Ma come è cambiato in così poco tempo un paese tanto piccolo?

Una piccola Francia

Probabilmente quello che molti di noi pensano guardando ai Diables Rouges, il paragone non è sbagliato, specie se guardiamo ai risultati raggiunti, specie nello sport. Il Belgio con la Francia condivide fin troppo e oltre alla lingua e alla passione per gli sport ha preso anche l’impianto urbanistico. Le Banlieu sono diventate un modello da seguire e questo ha portato anche non pochi problemi, come ricordavamo nell’articolo su Bruxelles, ma ha trasformato negli anni la cultura e la popolazione di questo paese, al pari della Francia.

Belgio
Da sinistra: Kevin De Bruyne, Nacer Chadli, Axel Witsel, Eden Hazard e Vincent Kompany

Chiamati a raccolta i bisognosi del mondo hanno deciso di eleggere Bruxelles a loro nuova casa, accettando anche le non facili condizioni della vita di Banlieu ma dandogli qualcosa di suo. Ecco allora fiorire l’arabo nelle strade delle città così come una varietà di colori mai vista dai tempi dei Grandi Fiamminghi.

Pregi e difetti del modello francese

Non è un caso allora che la semifinale dei mondiali si sia allora disputata proprio fra il Belgio e la Francia, suo modello di riferimento. Le banlieu però non erano concepite necessariamente come strumento per garantire il successo di una nazione quanto più per separare “cittadini di serie A” da “cittadini di serie B”, ed è ciò che riuscita a far meglio. Basta un brevissimo giro in una città di medie dimensioni per capire cosa intendo: le città sono divise in “zone” in base alle origini. Non troverai mai un manager residente a Molenbeek e non troverai mai un congolese residente a Ixelles, salvo che non sia un calciatore…

Belgio
Molenbeek

Una generazione che si è fatta da sola

In un epoca in cui, però, sono gli sportivi a diventare eroi, tutto è possibile. È stata proprio questa idea a spingere quei ragazzi cresciuti in periferia a lanciarsi a 360° gradi nel loro grande sogno: giocare per i Diables Rouges, un sogno per chi è abituato a guardare il mondo dal basso. Ecco allora giocatori come Fellaini e Kompany, leader insieme ad Hazard di questa nazionale. La forza della disperazione ha aiutato loro ad arrivare in alto, la loro alternanza culturale e di teste ha aiutato il Belgio a rialzarsi dopo le varie figuracce internazionali.

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Dopo la finale conquistata contro la Germania nel 1980, infatti, il Belgio non si è mai riuscito imporre in campo internazionale, fallendo persino le qualificazioni diverse volte. A distanza di 38 anni, però, il Belgio ha dimostrato ancora una volta al mondo la potenza di essere un gruppo, al di là delle origini, della fede e della lingua. Chissà come guarderanno allora i belgi la finale di domani? Magari, immaginandosi fra qualche anno al posto della Francia; d’altronde, il modello è lo stesso.

Da Stati di cultura a Stati di sangue

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